Grotta Porcina, terra etrusca
Il casale sorge a Grotta Porcina, nella campagna di Vetralla, ai piedi dei Monti della Tolfa e lungo il tracciato dell’antica Via Clodia. Ventisei secoli fa qui fioriva un insediamento etrusco governato da una potente famiglia gentilizia, che nel VI secolo a.C. scavò nel tufo la propria necropoli.
Il monumento più celebre è il “Castelluzzo”, che qui chiamano anche la “Grande Ruota”: un tumulo circolare di 28 metri di diametro, ricavato interamente nella roccia, con le camere funebri all’interno. Poco lontano c’è un altare rupestre circondato da gradinate, un piccolo teatro di pietra dove si celebravano i riti per i defunti.
Perché “Porcina”
Il nome non è etrusco. Arriva molti secoli dopo, quando i pastori della zona trasformarono le grandi camere funebri scavate nel tufo in ricoveri e stalle per i maiali. Un luogo nato per custodire la memoria di una famiglia nobile è diventato così, per generazioni, parte della vita quotidiana della campagna.
Il casale dei comignoli
Chi va a visitare la necropoli percorre una strada sterrata che costeggia il nostro casale, riconoscibile da lontano per i tanti comignoli che spuntano dal tetto e disegnano il suo profilo contro il cielo. Intorno ci sono gli ulivi centenari di Caninese da cui nascono la Brigantessa e la Contessa e, in primavera, i campi che si accendono di papaveri.
Contesse e brigantesse
In tutta Italia, e in particolare nella Tuscia e nella Maremma, il legame tra nobiltà, grandi latifondi e brigantaggio ha dato vita a moltissime leggende popolari e fatti di cronaca con protagoniste contesse e bande di fuorilegge. Non esiste una cronaca ufficiale che leghi questi racconti proprio al casale di Grotta Porcina: sono le storie del territorio che hanno ispirato i nomi dei nostri due oli.
Le selve di Montefogliano
Nelle fitte selve di Montefogliano, il monte che sovrasta Vetralla, il brigantaggio è stato una realtà concreta fino alla fine dell’Ottocento. I racconti tramandati parlano di carrozze di aristocratici assaltate sulla Via Clodia o sulla Cassia e di nobili, spesso contesse o ricche possidenti, prese in ostaggio per chiedere un riscatto o per costringerle a dividere cibo e risorse con i contadini poveri. Ancora oggi queste vicende rivivono nelle serate “A cena coi briganti”.
Le brigantesse
Nelle storie popolari la contessa e la brigantessa finiscono spesso per somigliarsi: donne forti e carismatiche, capaci di guidare una banda o di stare al fianco dei capibanda. Figure reali dell’Ottocento, come Filomena Pennacchio, detta la “Regina delle Selve”, e Michelina Di Cesare, protagoniste del brigantaggio nel Sud Italia, sono entrate nel mito come simboli della resistenza delle campagne, capaci di tenere testa all’esercito e ai signorotti locali.
Il Salto della Contessa
Nella vicina Maremma si racconta la leggenda della contessa Beatrice che, per sfuggire a un matrimonio combinato e agli uomini che la inseguivano, scelse di gettarsi da un dirupo della rocca. È una storia che i borghi della zona continuano a custodire e a raccontare.
Per questo i nostri oli si chiamano così: la Brigantessa, decisa e piccante, e la Contessa, morbida e gentile. Due caratteri della stessa terra.